Il decreto sblocca-Italia che rischia di essere contro l’Italia

In questi ultimi anni stiamo assistendo ad un paradosso della comunicazione: se da un lato le notizie vengono condivise più rapidamente e sono accessibili ad un numero sempre maggiore di persone, dall’altro la qualità di queste notizie risulta compromessa dall’eccessiva banalizzazione dei contenuti. Nell’era dei social network, tra post, hashtag e tweet, si assiste ad una riedizione degli slogan, che spesso proclamano azioni diametralmente opposte a quelle che la classe politica porta avanti con gli strumenti legislativi.

Il decreto legge 12 settembre 2014, n.133, dedicato alla ripresa delle attività produttive ne è un esempio fulgido. Se, da un lato esso titola: “misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive”; dall’altro ciò rivela alcuni vizi di fondo.

In primo luogo, esso rende conto dell’estrema eterogeneità degli interventi che si intendono realizzare, ciò in contrasto con il principio di omogeneità che un decreto legislativo deve rispettare.

In secondo luogo risulta poco chiara la modalità di attribuzione del carattere di urgenza ad alcune problematiche sollevate. Tale caratteristica è infatti frutto di discrezionalità politica, e non è detto che sia condivisibile dalla maggior parte dei cittadini.

Emerge inoltre un’altra questione metodologica. A fronte dell’estrema complessità ed eterogeneità degli ambiti di intervento interessati dal predetto decreto, lo strumento del provvedimento legislativo urgente appare inadeguato, e rischia di generare pasticci, per via dei tempi molto stretti (60 giorni), in cui il Parlamento è chiamato a dare una risposta.

Il vulnus principale di tutto il documento risulta essere l’idea di liberalizzazione che esso intende proporre: una liberalizzazione che rischia di contribuire ad allentare i controlli sugli ambiti di intervento contenuti nel testo. Ad esempio, l’art. 25 del decreto attribuisce “natura di atto di alta amministrazione” alla deliberazione del Consiglio dei Ministri cui è rimessa la decisione nell’ipotesi di dissenso espresso all’interno della Conferenza di servizi da un rappresentante delle diverse amministrazioni interessate. Attribuendo tale potestà al Consiglio dei Ministri, di fatto si assiste ad un accentramento delle funzioni di controllo. Il rischio di derive di illegittimità appare qui ben chiaro. Inoltre, con gli articoli 16, 17 e 31 si smantellano progressivamente le regole urbanistiche, tutto ciò a fronte di una burocrazia che il Presidente del Consiglio dichiara di voler snellire, ma che nel concreto rischia di dare alla luce una notevole quantità di “ecomostri”, su cui successivamente diviene arduo, quando non impossibile, mettere una pezza. Viene rifinanziato il fondo infrastrutture per 3,9 miliardi, ma sono già assegnate le opere che beneficeranno di tali contributi. Il governo, allegando nomi e cifre alla relazione tecnica, sembra indicare al Parlamento che non sono possibili modifiche, né nelle opere né nelle risorse assegnate.

L’art. 33 nasconde altre criticità. La prima contraddizione che emerge, ad esempio è tra il fine dichiarato di accelerare il completamento del progetto Bagnoli, a Napoli, di un parco di oltre cento ettari, e le modalità con cui si intende perseguire questo fine. Il Governo dichiara di doversi occupare di “opere di “opere di urbanizzazione primaria e secondaria” (comma 3), e di un nuovo piano di assetto. Il problema sta nel fatto che il Comune di Napoli dispone già di un progetto urbanistico regolarmente approvato e vigente. Ancora più sconcertante appare il fatto che il sindaco, che dovrebbe essere il garante dell’urbanistica cittadina, viene escluso dai processi decisionali, che vengono accentrati nelle mani del Presidente del Consiglio e del Presidente della Regione Campania.

Da sottolineare un altro aspetto critico. Il decreto introduce nell’ambito dei beni culturali e del paesaggio, la norma del “silenzio-assenso”. Ciò è problematico per diversi fattori: innanzitutto, tale ambito era stato coscientemente escluso da questa modalità, per la natura stessa degli interventi per cui si fa richiesta: infatti la Costituzione antepone la salvaguardia del valore artistico, estetico e paesaggistico del patrimonio agli interessi economici e sociali; per questo motivo, l’eventuale silenzio da parte delle istituzioni deve essere inteso come un momento di accurata meditazione e di una esplicita formulazione. Ciò assume particolare importanza alla luce della mancata ratifica da parte del nostro Paese, della Convenzione di Malta. Essa sottolinea l’importanza di includere, in fase di progettazione delle infrastrutture, una valutazione archeologica preventiva, in modo da ridurre al minimo il rischio di danni archeologici. Purtroppo al momento (ed il decreto Sblocca-Italia intende perpetuare questa cattiva prassi), le figure preposte a queste funzioni di progettazione partecipata e controllo.

L’avversione per le prassi burocratiche si concretizza anche attraverso la riduzione del perimetro della gestione democratica delle decisioni. Ad esempio, le misure per l’incremento della partecipazione dei cittadini alla vita comunitaria si concretizzerebbe attraverso attività di “pulizia, manutenzione, abbellimento di aree verdi”. Non una parola sulla partecipazione ai processi decisionali, quanto piuttosto, sembrerebbe, un modo per risparmiare sulla manodopera.

La riconversione selvaggia dei beni immobili continua con l’art. 26, che stabilisce che i Comuni possono presentare progetti di riconversione degli immobili non utilizzati appartenenti al demanio dello Stato. La riconversione però non avverrà a favore della società, come ad esempio ci si sarebbe aspettato con un piano progettuale che vedesse trasformare caserme abbandonate in scuole, musei o centri di aggregazione giovanile. Come se non fosse abbastanza, gli enti territoriali che contribuiscono alla conclusione di tale procedimento avranno la possibilità di accedere ad una quota parte dei proventi, a titolo di incentivo. Una vera e propria taglia sugli immobili svenduti!

Sul fronte autostradale il documento non sembra fare meglio. Tralasciamo al momento l’iniqua distribuzione delle risorse a favore del settore autostradale, a discapito dei collegamenti urbani e ferroviari (la proporzione è rispettivamente del 47% per le autostrade, 25% per le ferrovie, e solamente l’8% delle risorse stanziate per reti tramviarie e metropolitane), e veniamo al punto maggiormente critico: l’art. 5 (“Norme in materia di concessioni autostradali”) stabilisce che il concessionario possa avanzare proposte di unificazione di tratte interconnesse. Il rischio è di creare dei veri e propri monopoli, in cui il rinnovo delle concessioni non venga mai messo a gara. Bettoni, ad esempio, presidente di Brebemi non ha tardato a proporre un’aggregazione tra A35 e A4 (tratta Brescia-Padova). Preme ricordare che Intesa San Paolo, che controlla A4 Holding, è anche prima azionista di Brebemi. Non sembra particolarmente difficile tirare le dovute conclusioni. Tra le altre cose, il decreto elimina “l’obbligo di riportare anche sul titolo [nell’ambito dei project bond] l’avvertimento circa l’elevato profilo di rischio associato all’operazione” infrastrutturale.

Sul versante energetico, il documento rappresenta un elemento di rassicurazione rispetto alle paure delle multinazionali del gas e del petrolio. Infatti gli artt. 36, 37 e 38 mirano a raddoppiare le estrazioni nazionali degli idrocarburi, con previsioni particolarmente preoccupanti sul versante ambientale. Le regioni in tal senso potrebbero impugnare il decreto, anche se finora c’è stato solo un invito a rivedere il testo.

Articolo scritto in collaborazione con Francesco Arcidiacono

Articolo scritto da

Edoardo Barbarossa

Cooperatore sociale, Laureato in legge, presidente dell’Associazione Cittadini Europei (www.cittadinieuropei.it). Catania, 51 anni, sposato e con 4 figli, dal 1988 impegnato nel Volontariato e poi nella Cooperazione sociale nei quartieri periferici di Catania. Ha promosso la nascita del Consorzio Sol.co. – Rete di imprese sociali siciliane, di cui è stato Presidente dal 2000 al 2012, generando un nuovo modello di rete di cooperazione sociale a tre livelli, con 13 Consorzi territoriali o settoriali ed oltre 150 cooperative sociali con 2000 persone occupate. Presiede attualmente 2 esperienze catanesi di Cooperazione sociale, in cui lavorano circa 100 persone, una parte delle quali svantaggiate. Dirigente nazionale della Federsolidarietà – Confcooperative, ha contribuito attivamente allo sviluppo del modello della Cooperazione sociale in Italia. È stato dirigente del Comune di Catania, del Comune di Misterbianco e della regione Siciliana, dove si è distinto per i provvedimenti sui temi dell’integrazione socio-sanitaria. Formatore e Relatore sui temi del Welfare in Italia, ha promosso esperienze innovative di solidarietà fra cui spiccano il Banco delle opere di Carità, la Fondazione Odigitria, la Fondazione Ebbene, l’Associazione di consumatori Cittadini Europei. Impegnato nel mondo cattolico, è membro dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi. Con l’esperienza della Fondazione Ebbene che presiede ha costruito un nuovo modello di welfare fondato sulla solidarietà reciproca fra le persone e sulla partecipazione dei cittadini alla costruzione del bene comune. “Sono convinto che ciascuno di noi è chiamato alla costruzione del Bene comune, inteso come il bisogno interiore di vivere ed agire condividendo la realtà dell’altro e la realtà circostante. Il termine “condividere” segna la reciprocità dell’appartenenza, disegna mondi vitali nuovi in cui c’è spazio per il bene di ognuno ed in cui il bene di ognuno è il bene di tutti. In questo termine trovano spazio e valorizzazione la cittadinanza attiva, lo sviluppo locale, la carità, il buon vivere civico.


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