Prossimità e aggregazione

Da tempo ormai è riconosciuta l’importanza dei centri di aggregazione, veri e propri spazi relazionali, che, al di là di una connotazione fisica (pur presente), operano per creare occasioni di socializzazione e inclusione.

L’uso del termine “spazio” non è casuale. A differenza di termini quali “punto” o “centro” esso trascende la fisicità dei luoghi. Gli spazi sono anche quelli mentali, psicologici e sociali in cui si iscrivono le relazioni umane.

È possibile trovare delle correlazioni tra questi e le città. Esse nascono in virtù di un bisogno umano di creare, mantenere e rafforzare la rete di relazioni che ruotano attorno ai singoli individui. La città è il punto – lo spazio – di aggregazione per eccellenza. Pensiamo al concetto di agorà, che definisce la piazza nella quale i cittadini greci si riunivano per discutere e decidere le sorti della propria comunità. Un luogo nel quale si concretizzavano i valori di democrazia e partecipazione. La città, in quest’ottica diviene il contenitore per eccellenza di possibilità relazionali, per cui il destino del singolo è indissolubilmente legato a quello della collettività.

Purtroppo le città moderne hanno perso, o stanno perdendo questa caratteristica originaria. Pensiamo all’uso dei mezzi di trasporto: il traffico urbano, se da un lato offre la possibilità di raggiungere luoghi distanti in tempi relativamente brevi, sottrae progressivamente occasioni di socializzazione. Più una strada è concepita per i mezzi di trasporto, meno lo sarà per famiglie, bambini, anziani e disabili. Esempi virtuosi, che vanno in direzione contraria rispetto alla viabilità selvaggia, come le esperienze di Bogotà, Parigi e Città del Messico dimostrano che la creazione e l’implementazione di aree e spazi verdi comuni, orti urbani, ampi marciapiedi e tutto ciò che contribuisce a rafforzare la prossimità abitativa e dei servizi, ed in generale, l’estetica della città contribuisce a rafforzarne il tessuto sociale.

La realizzazione di programmi che includano questi obiettivi non è sempre facile, e spesso deve fare i conti con caratteristiche oggettive e strutturali della città e con le resistenze di coloro i quali, per abitudine, resistenza al cambiamento e necessità oggettive, trovano un impedimento alla chiusura di strade e piazze al traffico veicolare. Ciononostante, piccoli disagi di questo tipo vengono compensati ampiamente dall’aumento del benessere sociale. Una città che diventa comunità (i due termini non sono affatto sinonimi), in cui ogni cittadino sperimenta numerose e soddisfacenti relazioni interpersonali funziona meglio anche in situazioni negative.

A tal proposito occorre riflettere sul fenomeno dell’urbanizzazione incontrollata, che ha spesso mostrato i suoi effetti nefasti. Pensiamo alla città di Genova, messa in ginocchio in questi giorni anche a causa di un progressivo restringimento del letto dei fiumi e del disboscamento a vantaggio del cemento. Una città che, d’altra parte è riuscita a creare occasioni di prossimità ed aggregazione, testimoniate anche dalla scelta di ospitare la biennale della Prossimità. Se da una parte, l’alluvione ha reso impossibile lo svolgersi di questo evento, dall’altra le realtà coinvolte, intervenute da tutta Italia (ad esempio la Fondazione Èbbene ed il consorzio siciliano Sol.Co., le Cooperative Mosaico e Health&Senectus) hanno sentito il bisogno di contribuire attivamente ed aiutare esercenti e privati che hanno subìto dei danni a seguito del disastro. Eravamo talmente numerosi da non avere abbastanza strumenti per tutti!

Gli esempi di questo genere non si contano, ed il volontariato e la solidarietà rappresentano un faro nel buio. Un Paese come l’Italia che non è in grado di garantire il funzionamento del Welfare non può farne a meno.

La prossimità relazionale si configura infine come utile strumento per generare un senso di protezione nei cittadini. È universalmente noto che borghi, paesi e piccole città con un elevato senso di comunità hanno tassi molto bassi di criminalità. Se è vero che la prossimità infonde fiducia, è altrettanto vero che la sua mancanza genera un profondo senso di insicurezza. Tale sentimento genera un investimento in spese per la sicurezza. Mentre le città crescevano e i legami relazionali si allentavano, le fila delle forze dell’ordine, avvocati e giudici si ingrossavano. Alla luce di queste considerazioni, appare importante investire, anche economicamente sulle imprese sociali e sulle associazioni di volontariato che congiuntamente operano a favore dell’empowerment comunitario.

Articolo scritto da

Francesco Arcidiacono

Dottore in psicologia, impegnato nel volontariato e con un forte interesse per le tematiche sociali. Nasce nel 1987 a Catania, ove vive stabilmente. Si appassiona fin dal liceo alla filosofia ed alle scienze sociali, interesse che lo porta, nel 2010 a conseguire la Laurea Magistrale in Psicologia ad indirizzo clinico, presso l’Università degli Studi di Bologna, con una tesi dal titolo “Variabili psicologiche in genitori di bambini ustionate: uno studio pilota“, successivamente pubblicata sul volume degli abstract della rivista “Medicina Psicosomatica”. Attento alle tematiche della legalità e della sicurezza, nel 2013 si avvicina all’associazione Addiopizzo Catania, partecipando alle iniziative culturali in qualità di volontario. Attualmente opera all’interno del Centro di aggregazione giovanile You&Me, coordinando le attività delle associazioni coinvolte.


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