La mancata assistenza ai disabili da parte del comune è discriminazione

Il Comune di Ascoli Piceno è stato condannato dal tribunale a risarcire 20 mila euro una donna gravemente disabile con una sentenza che non ha precedenti e che potrebbe aprire la strada a molti altri ricorsi.

E’ la prima volta infatti, che un tribunale riconosce la discriminazione nella mancata erogazione di servizi sociali adeguati.
Protagonista della vicenda è una signora alla quale per otto anni (dal 2002 al 2010) non è stata riconosciuta una prestazione di assistenza domiciliare indiretta.

Il comune ha inizialmente negato la prestazione giustificandosi con il fatto che la donna sarebbe stata assistita da un familiare, il marito della donna, il quale ha dovuto lasciare il lavoro proprio per questo motivo.

In realtà esistono norme in base alle quali i familiari possono invece essere assunti come dipendenti nel caso vi siano in famiglia disabili gravi. Oltre a questo primo ostacolo, il comune ha fatto ulteriore opposizione dichiarando l’assenza di risorse economiche.

Quello che ha permesso questo risultato, cioè il riconoscimento della discriminazione ed il risarcimento, è stato il concetto di accomodamento ragionevole ribadito dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone disabili – spiega l’avvocato Maria Antonietta Cataldi, che ha seguito il caso – magari è vero che le risorse scarseggiano, ma gli enti pubblici sono obbligati, in situazioni di disagio come queste, a trovare un “accomodamento ragionevole” per non generare esclusione sociale” e ancora “in questo caso ci troviamo di fronte a un precedente importante che può essere utilizzato da altre persone che si ritengono non adeguatamente supportate dai servizi”.

 

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