Come vedo la mafia da quaggiù

Di #Mafia se ne parla e se n’è sempre parlato, certo l’inchiesta Mafia Capitale ha imposto un utilizzo smodato del termine che viene usato e riusato dalla stampa, mi chiedo però quanti la mafia l’hanno davvero incontrata e conosciuta. Io la mafia l’ho scoperta 30 anni fa, quando poco più che ventenne con le tasche piene di sogni ma non di soldi sono arrivato Lineri, periferia catanese senza una storia, le “case sparse di Lineri”. Fu lì che mi parlarono della mafia, fu in quel periodo che mi spiegarono che “ci sono delle regole” ma non sono eque, non danno libertà, non liberano le coscienze. Trent’anni dopo, con le tasche piene di sogni ma non di soldi arrivo a Librino – periferia catanese con una storia “la città satellite” – mi parlano di mafia, mi spiegano che “ci sono delle regole” ma non sono eque, non danno libertà, non liberano le coscienze. Durante questi 30 anni ho visto e vissuto tante cose, tante esperienze, non ho smesso di sognare ma ho aperto gli occhi, ho guardato con speranza al futuro senza mai rinnegare il passato. Quando 30 anni fa cominciò il mio cammino con il prossimo, ed insieme al mio il cammino quello di tanti giovani figli dell’epoca industriale, avevamo sogni ed illusioni, desideri e speranze; abbiamo lottato per tutti questi ideali ed abbiamo scelto di farlo insieme ai poveri, nelle loro case, sul territorio, nella comunità. Proprio lì abbiamo imparato i veri valori della vita, lì abbiamo trovato la forza di iniziare esperienze di condivisione diretta, lì molti di noi hanno incontrato cammini di fede. L’impegno sociale ci ha portati inevitabilmente ad incontrare le istituzioni e la politica e subito abbiamo compreso due cose: non avremmo fatto mai i politicanti ed avremmo sempre dovuto lottare contro le ingiustizie sociali che quel modo di fare politica genera costantemente. Alla ricerca di soluzioni percorribili abbiamo scelto di promuovere nuove forme di impegno sociale, di far nascere nuove realtà sociali, di creare molte cooperative sociali ed una realtà “speciale” per la Sicilia, Sol.co. Ho visto e toccato con mano il degrado (sociale, economico, politico, istituzionale) che cresceva, mi sono trovato circondato da una profonda crisi di valori e da una distanza siderale fra decisori e cittadini; nessuno è scevro da questa crisi e nessuno può dire di non esserne contaminato o responsabile, se non altro per non aver difeso con ardore l’interesse di tutti. Certo, la cosa che più stride oggi è il permanere (o, addirittura, il crescere) di privilegi di pochi e l’assoluta chiarezza di impunità che rende tutto consentito e consentibile e senza che vi sia più indignazione o vergogna. È una fase – non ancora conclusa – di oscurantismo della politica, di allontanamento di questa dai bisogni delle persone, di accaparramento dei beni e delle risorse della collettività per fini personali. Anni di saccheggio e di degrado, di cui oggi vediamo i risultati più sinistri, in cui le persone più fragili sono diventate oggetto di attenzioni clientelari senza scrupoli. E la questione, come è evidente, non è solo siciliana: è nazionale, forse anche mondiale. È grave che, in un quadro come questo, si voglia distruggere la reputazione della Cooperazione Sociale sol perché pochi criminali hanno scelto questo strumento per gestire il loro business corruttivo e malavitoso. Mi sento offeso perché in questi 30 anni di successi, esperienze, delusioni, ingiustizie e prevaricazioni, ho sempre guardato al bene comune, sacrificando famiglia ed affetti, senza mettere un soldo da parte, investendo sempre nella condivisione diretta, lottando per i diritti esigibili di tutti e resistendo a tutti i compromessi. Difendo me stesso, difendo la cooperazione sociale sana, difendo Sol.co. – Rete di imprese sociali siciliane che considero una “mia” invenzione condivisa, una rete di esperienze che in Sicilia ha prodotto e produce pensiero ed innovazione. Anche adesso che da 3 anni non ne sono più Presidente mi sento di difenderla, mi sento di appartenerle, mi sento di affermare che nonostante tutto Sol.co. è cresciuta ed è oggi una grande rete di persone (oltre 2000) e di imprese sociali (140). Il degrado della politica, delle istituzioni, al di là della punta di iceberg che la magistratura fa vedere in maniera eclatante è ormai diffuso e irredimibile, accanto ai privilegi ci sono i favori e tutto viene vissuto in una logica di scambio ed in un disegno assolutamente trasversale. Sembra non ci sia più spazio per sogni ed illusioni, desideri e speranze. C’è la realtà fatta di degrado e arroganza. Sembra non ci sia più spazio per l’indignazione, per la lotta in favore della giustizia, per il desiderio di fare il bene comune: cose di cui tutti parlano, ma che nessuno agisce. Ma noi cooperatori sociali abbiamo una forza particolare, una marcia in più, siamo stati allenati a costruire reti, a tracciare itinerari, a creare ponti. E così abbiamo incontrato tante Organizzazioni, compagni di strada, con i quali stiamo costruendo nuove reti ed una nuova soggettualità politica (nel senso di polis). Il senso di ciò che facciamo è ciò che siamo ed è ciò che gli altri vedono in noi, non c’è nessuna dignità nell’essere “potente” solo per accumulare ricchezze e nuovo potere, mentre c’è grande dignità nell’uomo che serve l’altro uomo. Mentre mi passano davanti i flash di Mafia capitale & dintorni, mi accorgo che continuo ogni giorno a vivere con passione per un ideale di giustizia e questo mi conforta e mi rassicura, soprattutto perché so che come me migliaia di uomini e donne di buona volontà scrivono la storia di questo Paese…e non è una storia di mafia.

Articolo scritto da

Edoardo Barbarossa

Cooperatore sociale, Laureato in legge, presidente dell’Associazione Cittadini Europei (www.cittadinieuropei.it). Catania, 51 anni, sposato e con 4 figli, dal 1988 impegnato nel Volontariato e poi nella Cooperazione sociale nei quartieri periferici di Catania. Ha promosso la nascita del Consorzio Sol.co. – Rete di imprese sociali siciliane, di cui è stato Presidente dal 2000 al 2012, generando un nuovo modello di rete di cooperazione sociale a tre livelli, con 13 Consorzi territoriali o settoriali ed oltre 150 cooperative sociali con 2000 persone occupate. Presiede attualmente 2 esperienze catanesi di Cooperazione sociale, in cui lavorano circa 100 persone, una parte delle quali svantaggiate. Dirigente nazionale della Federsolidarietà – Confcooperative, ha contribuito attivamente allo sviluppo del modello della Cooperazione sociale in Italia. È stato dirigente del Comune di Catania, del Comune di Misterbianco e della regione Siciliana, dove si è distinto per i provvedimenti sui temi dell’integrazione socio-sanitaria. Formatore e Relatore sui temi del Welfare in Italia, ha promosso esperienze innovative di solidarietà fra cui spiccano il Banco delle opere di Carità, la Fondazione Odigitria, la Fondazione Ebbene, l’Associazione di consumatori Cittadini Europei. Impegnato nel mondo cattolico, è membro dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi. Con l’esperienza della Fondazione Ebbene che presiede ha costruito un nuovo modello di welfare fondato sulla solidarietà reciproca fra le persone e sulla partecipazione dei cittadini alla costruzione del bene comune. “Sono convinto che ciascuno di noi è chiamato alla costruzione del Bene comune, inteso come il bisogno interiore di vivere ed agire condividendo la realtà dell’altro e la realtà circostante. Il termine “condividere” segna la reciprocità dell’appartenenza, disegna mondi vitali nuovi in cui c’è spazio per il bene di ognuno ed in cui il bene di ognuno è il bene di tutti. In questo termine trovano spazio e valorizzazione la cittadinanza attiva, lo sviluppo locale, la carità, il buon vivere civico.


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